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     Alle origini del canto a tenore

 

Sul termine Tenore, come su un rilevante numero dei vocaboli componenti il lessico del canto polivocale tradizionale profano, si fa fatica a scorgere gli etimi capaci di illuminarci con significazioni ancora condivisibili.

La considerazione portante sta nell’idea che il canto a tenore esistesse in epoca protosarda e fosse il canto di epoca forse precedente la civiltà nuragica. Stando alla datazione ormai acquisita fin dagli studi del prof. Giovanni Lilliu, questa civiltà ebbe la sua storia fra 1800 e 200 a.Cr.

Resta l’interrogativo su cosa fosse la Sardegna nei secoli e nei millenni precedenti, chi la abitasse, quale economia praticasse, quale lingua e quale religione vivessero fra quelle genti.

Il lessico del canto a tenore è, in grande misura, condiviso con la poesia di meditazione, con il canto a chitarra logudorese, con l’allevamento e la pastorizia, con espressioni di strumenti musicali o coreiche.

Tanta condivisione confonde il linguaggio fondamentale del canto. A questo si aggiunge la pluridecennale utilizzazione di terminologia che, anche a causa della forma di pronuncia popolare, difficilmente può riportarsi ad una etimologia incontrovertibile.

Tuttavia c’è la possibilità di squarciare la nebbia che ammanta il lessico del canto a tenore se si ricorre non più, e unicamente, alle fonti etimologiche del greco e del latino ma si ricerchi, nella maniera più corretta e adeguata, nella situazione linguistica precedente l’epoca ellenistica e latina: dunque proprio nelle lingue che si parlarono nel bacino del Mediterraneo e nelle regioni massimamente popolate nella stessa epoca in cui nacque, fiorì e tramontò la civiltà nuragica.

La mancanza di testimonianze scritte di quell’epoca e di quella civiltà è servita a lungo perché si attestasse l’idea di una civiltà non grande quanto quelle che, per contro, hanno lasciato tracce visibili della loro evoluzione storica. La sola architettura dei monumenti in pietra sembra essere insufficiente ad esprimere la grandezza di un popolo che dovette avere conoscenze scientifiche notevoli in vari campi del sapere.

Che la Sardegna avesse un ruolo importante in epoche storiche remote è appurabile fin dalla presenza nell’isola di importanti giacimenti di ossidiana. La popolazione che deteneva il materiale con cui fabbricare le armi e gli utensili non poteva che essere forte e superba, ricca e aperta al confronto, anche in termini di scambi commerciali, con popoli e territori molto distanti. Quando dal neolitico si entrò nell’epoca della metallurgia e in Sardegna si aprirono miniere per l’estrazione dei minerali da cui ottenere i metalli, ancora maggiormente l’isola e i suoi abitanti si rafforzarono grazie anche alla posizione centrale nel Mediterraneo.

Ritrovamenti recenti supportano questa convinzione e, tuttavia, la mancanza di scrittura sottrae agli abitatori di Ichnusả il giusto riconoscimento per il ruolo svolto nel divenire del proprio cammino.

La scrittura è pratica che, in epoche antiche, non figurava fra le priorità urgenti di un popolo. Le parole esistevano per nominare ogni cosa e agevolare gli scambi comunicativi fra gli individui. La disponibilità di tempo di quelle popolazioni, fatte salve le attività produttive del quotidiano, non era tale da consentire di attribuire grande importanza alla codificazione scritta dei codici. L’oralità era di gran lunga preferita e la sua massima espressione risiede ancora oggi nel vasto patrimonio dei canti di natura sacra o profana delle formazioni polivocali.

Rimaste come relitti di una civiltà che ha subito gravi attacchi, per essere rimossa con offensive perpetrate da agguerrite operazioni culturali di cui non è facile immaginare la portata, le sillabe sonore del canto a tenore si propongono oggi come alternativa al tramandare graficamente idee, concetti, sogni o materialità della vita di uomini vissuti alcuni millenni prima dell’epoca chiamata preistorica.

Le peculiari sonorità riconducono alla connotazione di suoni “gutturali” (agg. ‘detto di suono pronunciato spec. con la laringe’ (1643, B. Buommattei, cit. da Berg. Voci: “alcuni la chiamano aspirazion gutturale, perché ella si pronunzia dalla gola semplicemente”).
Vc. dotta, der. del lat. gŭtture(m) ‘gola’, vc. espr., che ha avuto anche qualche esito pop. (in sardo
) da Dizionario Etimologico Interattivo Cortelazzo-Zolli, Zanichelli, 2000).

Se ci fossimo fermati a questa definizione non avremmo mai ipotizzato un carattere di fonazione differente e non avremmo nemmeno sentito la necessità di intraprendere i lunghi studi sul canto.

Oggi sappiamo che a fronte di numerosi vocaboli e suoni tramandatici dalle innumerevoli lingue estinte, moltissimi vocaboli e molteplici suoni sono scomparsi a favore di una semplificazione della articolazione del linguaggio. Se nel sistema vocalico latino si contavano dieci suoni vocalici, con i segni di brevità e lunghezza, per ciascuna delle cinque vocali, oggi l’italiano medio esprime fra sette e cinque suoni vocalici. Purtroppo ignoriamo quanti suoni consonantici siano andati perduti.

La trascrizione fonetica come anche la notazione musicale non sono sufficienti ad esprimere la connotazione fonica di un suono attraverso un simbolo. [b] è la trascrizione del suono bilabiale sonoro come nella parola italiana babbo. Ma quel fonema, riesce a rendere la particolare sonorità del suono gutturale del canto a tenore?

Come è possibile trovare un simbolo, universalmente riconoscibile, per rendere graficamente quel suono “cavernoso” della contra? E come esprimere graficamente la differenza fra quel suono e quello invece articolato nel registro del basso che, al suono graffiato delle corde vocali aggiunge anche il suono di nasalizzazione, come il muggito bovino? Esiste forse in musica la possibilità di esprimere con segni su pentagramma le differenti sonorità appena presentate?

Da subito apparve chiaro che i suoni del canto de “su tenore” rinviavano ad un fenomeno fonetico peculiare delle popolazioni di tipo semitico: la faringalizzazione. 

Rispetto alla gutturalizzazione c’è una impostazione fonologica assai complessa e articolata. Non agisce solamente il blocco laringeo ma anche l’insieme dei tessuti molli e cavernosi posti nella parte posteriore della cavità orale e nella faringe. Non solamente le corde vocali agiscono per la produzione sonora ma anche le pieghe vocali. I suoni prodotti sono faringalizzati e amplificati nella cavità orale e nei condotti faringei.

Poiché la faringalizzazione è fenomeno tipico delle lingue semitiche, e particolarmente proto-semitiche, dunque i sardi sarebbero una popolazione semitica? Fino al conforto di esiti accertati, di studi da condurre in maniera interdisciplinare, su un gran numero di sardi, per rilevarne il DNA e scoprire da dove essi provengano, la faringalizzazione presso i sardi si configura, a tutt'oggi, solamente come fenomeno fonologico di natura accidentale.

È proprio così?

La linguistica storica ha concesso una forte apertura di credito all’ipotesi che un tempo remoto, precedente l’era volgare, nel bacino del Mediterraneo fossero diffuse lingue di tipo semitico ancora appurabili nel sumero, nell’accadico, nell’assiro-babilonese, nell’ugaritico, il fenicio, il proto-ebraico, l’aramaico… Certamente anche gli abitanti dell’isola di Sardegna parlarono una lingua capace di favorire agevoli scambi comunicativi con le popolazioni stanziate fra il Tigri e l’Eufrate, l’Africa settentrionale e le sponde intorno al bacino del Mediterraneo. Per numerosi secoli, se non per millenni!

I rimandi storici fin qui accennati dallo scrivente sulla presenza del canto a tenore nei secoli, non avevano tuttavia affrontato una ricerca etimologica benché spesso, in seno a pubblicazioni o ad interventi svolti nelle conferenze, avessi parlato di contatti fra le lingue semitiche pre-classiche e la terminologia del canto.

Mi aveva portato a ciò la conoscenza del prof. Raffaele Sardella, avvenuta nel 1990.

Cosa significavano le sillabe prodotte nel canto? È possibile trovare significazione ai suoni delle voci del coro?

Le denominazioni tuttora in uso per definire le melodie, le caratteristiche sonore delle voci componenti il coro, riescono ancora a sostanziare un significato accettabile?

Il problema attuale è comprendere, non l’origine dei suoni, ma le denominazioni legate ai corpi con cui si emettono e al vocabolario classificatorio degli stessi.

Dopo oltre venti anni di studi ed indagini sono ora in grado di proporre un valore di significazione a gran parte dei nomi del canto a tenore e, comprendere che quelle sillabe sonore, che per lungo tempo sono state ritenute non significanti, esprimono invece significati che, alla luce dei tempi in cui sono nati, riempiono di senso la ricerca sulla lingua di allora, sulla religione, la storia, la musica, l’etnografia e parlano di una grande civiltà che lascia intravedere altri piccoli, importanti spiragli.

 

 

Andira

Àrridu

Boghe Andende

Boche de carru

Boche ‘e notte

Budduìna

Corfu/os

Corratzu

Crapula

Gùtturu

Impuddìle

Indassa

Irmattadùra

Lira

Pesàda

Seria

Tenore

Tertzu

Tumbare

Turturinu

Vardeìna

Voche ‘e notte antica (Orosei)

 

© Andrea Deplano 2011