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L’Unione sarda venerdì 30 dicembre 2005, Cultura Pagina 43, L’intervento

Il senso profondo di un’arte
Il canto a tenore è storia, messaggio, amore e impegno

Quattro individui segnano un cerchio introverso. All’interno sta l’immaterialità della cultura antropologica che li esprime. L’effimero canto di quegli uomini sprigiona una imponderabile forza comunicativa. Incuriosisce il suo ideale sonoro. Affascina il suo sapore antico come la pietra. Attrae la sapiente combinazione armonica dei timbri.

Modernamente preistorico, l’intreccio vocale di quelle emissioni assomma caratteri di arcaicità su concezioni stilistiche attuali. Stride la fissità dei corpi pietrificati e dei visi trasfigurati contro la variegata ricchezza di estro e fantasia esecutiva degli interpreti.

E’ la misteriosa messa in scena sonora dei codici ambientali. Suona come una rappresentazione etnologica. L’ascolto richiede fantasia interpretativa, presume percezioni acustiche che dispongano al viaggio con l’immaginazione. Non si procede a ritroso: il mito etnologico non si definisce in precise epoche storiche. Risiede nel ventre buio del veloce abbattimento temporale tipico della creazione onirica. Confina con il grottesco che si manifesta nelle figure-apparizioni della ritualità calendarizzata del sincretismo religioso.

Il canto a tenore è una maschera.

Ha parvenze animali nei registri della contra e del basso. La fonazione non è umana né appartiene all’animale. Si propone come improbabile sintesi fra i due. Mamuthones e Issohadores. Merdùles e Boes. E’ imitazione, jeu. Il duo gutturale si definisce “giogo” e rinvia al mito dell’imbovatura. Significa radicamento al lavoro della terra e interpreta la vitale produttività dell’uomo. La mesu-‘oche interviene a completare l’impasto vocale e chiudere il cerchio musicale. E’ il personaggio fantastico che svolge l’intreccio. Impersona il soffio del vento nelle notti de s’Erchi e del Boe muliàche. Si fa respiro del mondo. Orna e infiora. Simboleggia la vitalità. Appare e scompare. Guida e abbandona. Arricchisce con la presenza e impreziosisce con il silenzio.

L’aggettivazione classificatoria del canto rappresenta un mondo di affollata partecipazione. Si esce dalla sintesi del luogo comune del “canto dei pastori”. Il pecoraro e l’artigiano, il vaccaro e il capraro, il porcaro e su massaju, accomunati dalla identica struttura culturale antropologica sono presenti in eguale misura nella terminologia del canto diffuso in un territorio compreso fra le Baronie e il Montiferru, la Barbagia e il Logudoro. Boche de carru, boche de torrare boes, boche de campanna.

Pesare è verbo comune a ogni allevatore, attraverso la sua realizzazione si moltiplica il numero dei capi di bestiame, ma determina anche l’accrescimento della stirpe familiare umana. Prosperità e discendenza. Il verbo tumbare accosta il canto alla stretta parentela con le launeddas ma il radicale sonoro tumb contempla suono e canto.

Come uno scrigno di senso il vocabolario del canto a tenore ingloba anche il pane carasau nella denominazione della melodia oniferese de sa tracheddàda

Il resto è limba.

Suono. Sillaba. Parola. Verso. Poesia. Misura ed estetica. Significante significazione. Investimento di senso e sonorità. Profusione di passione. Condivisione di piacere. Gratificazione di  impegno interpretativo. Oggetto di divago e strumento di comunicazione. Modello pedagogico, creatore di balli, divulgatore di messaggi.

Il canto a tenore si fa storia umana. Attraverso la memoria collettiva una comunità ascolta, giudica, ricorda. Riconosce su bonu dal metzanu. All’orecchio competente della comunità non sfugge s’iscussèrtu. La collettività supera anche lo sfavore de sa muta e confida in su bonu traju dei cantadores de vàllia.

Il canto a tenore è formidabile contenitore delle valenze della cultura della Sardegna e da sempre incanta isolani e non sardi.

La richiesta di riconoscimento presentata all’Unesco si poneva come specchio per verificare se la Sardegna riflettesse ancora i particolari della propria immagine: per accrescere la stima nella bellezza della propria cultura, rafforzare le radici e disporre ad aprirsi al mondo. Fieri del patrimonio etno-culturale.